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GIUSEPPE GARIBALDI

E IL LAICISMO DOPO L’UNITA’ D’ITALIA

 

Sergio Goretti
(direttore di Camicia Rossa)
 

 

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano indirizzando il proprio saluto al congresso del Movimento dei repubblicani europei, nel novembre 2006,  ha scritto che la “laicità dello Stato è un elemento essenziale della democrazia moderna”, che trova riferimento nei valori della Costituzione e nei principi dell’integrazione europea.  Parole che hanno avuto eco sulla stampa anche perché sono venute pochi giorni dopo che Papa Ratzinger a Verona aveva auspicato la sconfitta dell’ondata di laicismo che porterebbe a scelte politiche in contrasto con i valori fondamentali dei cattolici.

Si è tornati in questi ultimi tempi in Italia a parlare di religione e politica, di fondamentalismo religioso, di ritorno della religione nella vita pubblica, di separazione tra Stato e Chiesa, di laicismo.  Ed il richiamo alla memoria ottocentesca dell’Italia laica, all’anticlericalismo del Risorgimento, è apparso argomento ricorrente sui mezzi di comunicazione con una propensione di politici e commentatori, soprattutto di parte cattolica,  a distinguere tra laicismo e laicità ed a rimarcare il valore generalmente negativo del primo e positivo del secondo. Quali dunque le differenze tra i due termini?

Per “laicità” si intende, generalmente, riconoscimento della libertà di espressione del pensiero altrui senza imposizioni  e dogmi. Di conseguenza la “cultura laica”  significa cultura antidogmatica, non necessariamente anticlericale, collegata alla conoscenza razionale e alla libera ricerca scientifica. La “laicità dello stato” si esprime  nell’atteggiamento con cui lo Stato garantisce la libertà di culto ai fedeli delle diverse confessioni religiose riconosciute e si mantiene imparziale nei confronti delle scelte religiose dei cittadini, siano queste maggioritarie o minoritarie.

Secondo l’opinione di molti il termine “laicismo”avrebbe invece un significato negativo, di chi vorrebbe ricondurre la religione a fatto privato, escludere i valori religiosi dalle scelte etiche, realizzare una completa separazione tra Stato e  Chiesa.[1]  La militanza laicista ha trovato in passato e trova tuttora espressione concreta e manifestazione vistosa nell’”anticlericalismo”, che nel corso della storia si è configurato come movimento culturale e politico d’opposizione  al clericalismo, ovvero all’invadenza  degli ecclesiastici nella vita dello stato e nel costume.

Nel Risorgimento l’anticlericalismo ebbe la massima espressione nella lotta al potere temporale del papa, ma esso fu fenomeno più ampio dacché le divisioni tra le due anime della cultura italiana, quella laica e quella cattolica, hanno origini lontane che affondano nel Rinascimento e maturano nell’età dei Lumi. La storia del nostro Paese ne è rimasta fortemente influenzata dacché l’Italia è divenuta, in conflitto con la Chiesa, stato nazionale unitario. Ma  già agli albori dell’età risorgimentale l’anticlericalismo si presentò sulla scena con fatti clamorosi.

 La proclamazione della fine del potere temporale del papa ad opera della prima repubblica romana, nel 1798, fu senz’altro una delle prime manifestazioni anticlericali prodotte dallo spirito giacobino e illuministico della rivoluzione francese penetrato nella penisola al seguito delle armate napoleoniche.[2] Fu quello un anticlericalismo gridato e senza grande seguito popolare accompagnato da misure innovative come l’obbligo di giuramento civile per i sacerdoti, l’avocazione della nomina dei vescovi da parte del governo, la spoliazione di parte dei beni ecclesiastici. Dopo la seconda campagna napoleonica in Italia si delineò una nuova visione della religione intesa come instrumentum regni  dell’imperatore cui seguì la stipula del Concordato (1803) che non chiuse però il conflitto con la Chiesa, risolto nel 1809 con la rinnovata decadenza del potere temporale. Finito Napoleone, il trionfale ritorno del Papa a Roma sanciva la riscossa della teocrazia.[3]

La Repubblica romana del ’49 dichiarò nuovamente  la decadenza del potere temporale del papa, da parte dell’Assemblea costituente che adottò il decreto nella tornata del 9 febbraio 1849 alla quale era presente anche Giuseppe Garibaldi.

Dunque esattamente 158 anni or sono si ebbe la più solenne manifestazione di quell’anticlericalismo che mirava a colpire il potere temporale dopo la scomunica pronunciata dal papa il 1° gennaio 1849 contro i fautori del nuovo governo repubblicano. L’Almanacco popolare del Libero Pensiero, nei numeri annuali stampati tra  il 1869 e il 1874, riporterà questa ricorrenza tra quelle da ricordare, collocata tra la vittoria di Garibaldi nella battaglia di San Antonio del Salto in Uruguay (8 febbraio 1846) e l’incarcerazione di Galileo, di cui Garibaldi fu grande ammiratore, da parte dell’Inquisizione (10 febbraio 1632).[4]

Come ha felicemente osservato il prof. Aldo Mola nel suo Garibaldi vivo l’anticlericalismo di Garibaldi ebbe origini politiche e si sviluppò intorno a due poli: l’unificazione e il rinnovamento culturale dell’Italia[5]. In lui l’anticlericalismo convisse, in apparente contraddizione, col richiamo dello spirito.[6]

La religiosità profonda della madre ebbe sicura influenza sul giovane nizzardo, la cui fede in Dio e nell’immortalità dell’anima non rinnegò mai né rifiutò le pratiche religiose, tanto è vero che sposò con rito cattolico sia Anita che Giuseppina Raimondi  e impose il battesimo ai figli, fu testimone di matrimoni religiosi e di battesimi.  Così come è certo che  i saint-simoniani incontrati durante un viaggio in nave nel 1833 lo influenzarono con le idee del Cristianesimo interpretato in chiave sociale, per l’emancipazione e la liberazione di tutti gli oppressi e che la militanza massonica rafforzò la prospettiva della fratellanza universale e del pacifismo internazionale.[7]  L’universo fu la sua autentica dimensione e come Filopanti ripose le speranze nella “religione del vero” che doveva unire l’umanità a Dio, al Regolatore dei Mondi, senza intermediari, né dogmi,  sorretta dalla ragione e dalla scienza, capace di conciliare individuo e società senza ricorrere alla lotta di classe, di armonizzare fede e progresso.[8]

In Garibaldi fu dunque l’avversione sul piano politico al potere temporale della Chiesa, visto in primo luogo come impedimento all’unità d’Italia, a scatenare l’ondata anticlericale ed a diffonderla a livello popolare con momenti alterni di virulenza. Del resto l’anticlericalismo è come un corpo a geometria variabile e come tale si evolve, secondo l’acuta osservazione di Franco Molinari.[9] Se ne ha contezza scorrendo gli scritti e discorsi politici e militari pubblicati nell’Edizione Nazionale.

 

L’offerta della spada a Pio IX nell’ottobre del 1847 per la liberazione d’Italia, fatta da Garibaldi ancora in Sudamerica, si inquadra nel periodo in cui forte era la fiducia dei patrioti nel papa ritenuto progressista e nella collaborazione tra clero e popolo.

La posizione dialogante di Garibaldi nei confronti della Chiesa ebbe breve durata: l’allocuzione del 29 aprile 1848, la fuga del papa a Gaeta e la svolta reazionaria oltre a svanire le speranze neoguelfe, lo indussero a passare nel campo anticlericale. Non solo fu favorevole all’abolizione del potere temporale decretata dall’Assemblea della Repubblica, ma scrisse il 14 febbraio al patriota bergamasco Gabriele Camozzi che “del papa non si parla come fosse morto da 100 anni”, invito a dimenticare il papa-re nel nome della repubblica di Mazzini.[10]

Nei riguardi della religione e dei sentimenti diffusi nel popolo l’atteggiamento del Nizzardo fu prudente, da politico accorto, dettato anche dalla contingente necessità di legittimare nei fatti la neonata Repubblica. La lettera inviata da Rieti all’Uditorato della Legione il 7 aprile 1849 prova questa condotta: Garibaldi deplorava un atto di violenza compiuto dai suoi  a danno di un frate  perché qualunque comportamento ritenuto irriguardoso nei confronti della religione avrebbe potuto danneggiare la repubblica. Scrive che il popolo era sensibile su questo versante ed attento a come i garibaldini  si atteggiavano nei confronti della religione.[11]

Non vi sono accenni al problema religioso negli altri scritti di Garibaldi relativi alla Repubblica romana né in quelli immediatamente successivi, fino alla conclusione della seconda guerra di indipendenza.

Vero è che con la Repubblica romana del ’49 e la sua tragica conclusione si apriva il dissidio tra la Chiesa e gran parte del patriottismo italiano, in primis Garibaldi che da quel momento in poi si troverà sempre su posizioni di avversione al potere temporale del papa.

Dopo il deludente armistizio di Villafranca, che consentiva all’Austria di restare nella penisola pur dovendo cedere la Lombardia, Garibaldi pensava ad una iniziativa insurrezionale per liberare le regioni ancora sotto il dominio pontificio e nell’ottobre 1859 iniziò a lanciare proclami per incitare alla rivolta.  In questi documenti appaiono le prime invettive contro il clero fedele alla chiesa di Roma che identificava nei “preti”,  ritenuti fomentatori di discordia nel popolo e contrari alla causa italiana.

Il 28 ottobre, il giorno in cui il re Vittorio Emanuele chiamava Garibaldi a Torino per invitarlo a desistere dalla progettata invasione delle Marche, che incontrava l’ostilità francese, da Rimini il Generale lanciava un significativo indirizzo ai “militi pontifici”, la prima vera e propria invettiva anticlericale che apriva la strada ad un susseguirsi di proclami, appelli, lettere, col tempo sempre più forti nei toni. Nell’indirizzo, il clero romano veniva additato come quello che avrebbe venduto l’Italia al nemico austriaco, messo in contrasto gli italiani tra loro e creato discordie nelle famiglie e tra le persone. Ricordando la partecipazione dei volontari alla liberazione della Lombardia, Garibaldi inveiva contro i preti, amici degli austriaci, che chiamavano i soldati pontifici a combattere contro l’Italia e non per essa.  Iniziano anche le colorite definizioni del clero romano la cui “opera satanica” verrebbe preparata nel segreto delle  “tenebre”  per ripristinare il vecchio ordine e far tornare l’Italia serva dello straniero.[12]

Si può a ragione parlare di anticlericalismo religioso in questo atteggiamento di Garibaldi che qualche mese prima, nell’agosto, ricorrendo il decennale della morte di Anita si era recato a Ravenna per inginocchiarsi in raccoglimento all’altare della chiesetta dove era la bara con i resti della moglie brasiliana  e recare al parroco una somma destinata ai poveri della parrocchia. Gesti propri di un fervente cristiano. Che di lì a pochi mesi sposò con rito religioso la contessa Giuseppina Raimondi  nella cappella di Fino Mornasco, matrimonio durato lo spazio di un mattino.[13]

Durante la preparazione dell’impresa dei Mille,  il 30 aprile 1860 da Villa Spinola a Genova Garibaldi, mentre festeggiava la  ricorrenza della vittoria sui francesi a Roma, si rivolse ai romani per incitarli alla lotta per  la liberazione  dalla tirannia dello straniero e del clero nel ricordo dei caduti della gloriosa repubblica del ’49.[14]  Ed ancora, il 5 maggio, alla vigilia della partenza, Garibaldi inviava un proclama di incitamento all’insurrezione nell’Italia centrale ed alla lotta contro i mercenari dei Borboni, dell’Austria e “del Prete di Roma”.[15] Per la prima volta negli appelli del Generale compare il riferimento al papa.

Con la spedizione dei Mille si apre il capitolo dei contrastanti rapporti di Garibaldi e dei suoi volontari col clero siciliano. Un interessante convegno organizzato dal Centro studi risorgimentali garibaldini di Marsala ha affrontato recentemente il tema della Chiesa di Sicilia e Risorgimento “tra resistenze e partecipazione” con particolare riferimento agli eventi del ’60.  Garibaldi dimostrò forte sensibilità nei confronti della religiosità popolare dei siciliani e disponibilità verso i sacerdoti liberali. Si circondò di intellettuali ecclesiastici come Gregorio Ugdulena, nominato Ministro dell’istruzione e del culto nel governo provvisorio nonché professore di ebraico all’Università di Palermo. Partecipò insieme ai volontari a manifestazioni religiose che gli procurarono consenso e simpatia ed ebbe l’appoggio di alti prelati, come Benedetto d’Acquisto, arcivescovo di Monreale. [16]

L’azione del clero, convinto di un accordo tra rivoluzione e religione, tra spirito nazionale e cattolicesimo, fu determinante per l’adesione  delle popolazioni alla rivoluzione nella fase iniziale dell’impresa. Vi furono preti e frati che impugnarono le armi a fianco dei volontari garibaldini, alcuni con funzioni di responsabilità. Fu persino costituito un Battaglione Ecclesiastico, promosso dal prete Paolo Sardo, per coinvolgere il basso clero nella rivoluzione. Il sospetto che l’iniziativa assumesse aspetti di riforma religiosa,  provocò polemiche all’interno del clero siciliano e causò la sospensione a divinis del Sardo. [17]

L’appello “Ai preti buoni”, senza data ma riconducibile a Salemi o Marsala tra l’11 e il 14 maggio 1860, è particolarmente espressivo di questi sentimenti:  Garibaldi malediceva  il clero per aver fatto causa comune con i nemici e combatteva contro gli italiani. Quello che lo consolava era vedere i preti siciliani marciare alla testa del popolo e combattere gli oppressori.  Rappresentanti della vera religione di Cristo, essi seguivano l’esempio dei preti e frati che in passato avevano fatto causa comune con i garibaldini come don Giovanni Verità o Luigi Gusmaroli, lasciandovi addirittura la vita  come padre Ugo Bassi.[18]  Concetti ribaditi nel successivo proclama ai siciliani del 2 giugno 1860  nel quale venivano esaltati i preti, frati e suore che marciavano alla testa del popolo sulle barricate e nei combattimenti, contrapposti al “dissoluto prete di Roma” che si avvaleva di mercenari per ammazzare i concittadini. Questo esempio di abnegazione costituito dal clero siciliano che si batteva e dava la vita per la causa italiana faceva esclamare a Garibaldi: “E’ veramente immortale il Cristianesimo! e lo provano al mondo questi veri ministri dell’Onnipotente”.[19]

L’attrito con la Chiesa  siciliana si cominciò a manifestare allorché al seguito di Garibaldi comparvero esponenti protestanti e valdesi come padre Alessandro Gavazzi, il pastore valdese Giorgio Appia, i quali con la loro predicazione si conquistarono consensi e quindi furono visti come pericolosi diffusori del protestantesimo, caro peraltro agli inglesi presenti in Sicilia.[20] La politica giurisdizionalista del nuovo governo dittatoriale, l’espulsione dei Gesuiti, l’incameramento di parte delle rendite delle mense vescovili e dei benefici ecclesiastici, misero in crisi il rapporto del clero con la rivoluzione garibaldina e nell’arco di qualche anno la Chiesa, dopo l’iniziale disponibilità mostrò ferma intransigenza verso il nuovo assetto politico borghese e laicista; sicché anche il clero garibaldino popolare si dissolse.[21]

Seguendo il discorso  di Garibaldi al popolo napoletano pronunciato dal Palazzo della Foresteria il 31 ottobre 1860 si hanno chiari i contorni della vulgata anticlericale che andava prendendo forma, con la netta distinzione tra papismo e cristianesimo, tra la religione della libertà e la politica della schiavitù, come lui stesso teneva a precisare affinché non venisse frainteso. Egli parlò del papa-re, vero ed unico ostacolo all’indipendenza, e delle ambizioni personali del pontefice che lo spingevano ad avversare il moto unitario, a ritardare il completamento della liberazione della penisola. E poi spiegava il suo essere cristiano: “Io sono cristiano, e parlo a cristiani: sono buon cristiano, parlo a buoni cristiani. Io amo e venero la religione di Cristo perché Cristo venne al mondo per sottrarre l’umanità alla schiavitù per cui Dio non l’ha creata”.  Il papa-re invece disconosceva Cristo e quindi mentiva alla sua religione. E poi l’invettiva: “il genio del male per l’Italia è il papa-re”. In questo discorso appare chiara la distinzione tra l’antitemporalismo  e la religiosità propria di Garibaldi, rigeneratrice della chiesa e della società.[22]

Terminata la campagna meridionale e tornato a Caprera, Garibaldi si dedicò sin da subito alla preparazione delle iniziative per liberare Roma e Venezia ancora occupate rispettivamente dal papa e dagli austriaci: in relazione a questi obiettivi il suo anticlericalismo assumerà  toni di maggiore asprezza. [23] 

Con la nascita dello stato unitario la cultura e la morale laica si affermarono come elementi dell’identità della nazione e grazie anche all’anticlericalismo di Garibaldi i principi laici vennero diffusi a livello popolare, tra le società operaie, leghe, circoli.[24]

Il suo fu un anticlericalismo inizialmente solo politico, connaturato alla necessità di completare l’unificazione a danno ovviamente dello stato vaticano che ne costituiva ostacolo; si evolverà gradualmente contro la presenza della Chiesa cattolica per l’ostilità da questa dimostrata nei confronti dei principi liberali e dell’Italia unita appena realizzata – la terza Italia cara a Mazzini e Carducci - e infine si proporrà di affermare una cultura popolare basata su un nuovo umanesimo, universalistico e laico, cristiano ma non cattolico.[25] Seguendo gli “Scritti” si ha la chiara dimostrazione della progressiva connotazione dell’anticlericalismo garibaldino da religioso ad antivaticano, ad anticattolico.

Nell’appello alla Società Operaia Napoletana del 28 aprile 1861 Garibaldi ricordava come Cristo avesse fatto opera di uguaglianza tra gli uomini e i popoli e che per essere buoni cristiani occorreva seguire il suo esempio. Sarebbe stato invece un sacrilegio “se durassimo nella religione dei preti di Roma. Essi sono i più fieri e i più temibili nemici d’Italia. Dunque fuori della nostra terra quella setta contagiosa e perversa...fuori le vipere dalla città Eterna”. [26] 

Ed ancora, nel rivolgersi al Presidente dell’Associazione Unitaria di Palermo il 10 maggio 1861, riaffermava di appartenere alla religione di Cristo e non a quella del Papa.  Concludeva  la lettera con l’invito al clero romano di allontanarsi dall’Italia affinché il paese potesse essere unito e affratellato. [27]

Le invettive anticlericali si accentuarono via via che ci si avvicinava alla nuova impresa per liberare Roma, bloccata dalle armi regie sull’Aspromonte ed i toni passarono talvolta il segno.  In una lettera al 1° Battaglione della Guardia Nazionale a Napoli del 1° ottobre 1861 Garibaldi scriveva che i preti complici del papa-re erano nemici e invitava a lavare le loro contrade da “quella sozzura” non col sangue ma “ogni volta che s’incontra sul vostro passaggio la figura grottesca, ipocrita, dissimulata, d’un figlio del Sanfedismo e dell’inquisizione, voi dovete scacciarla come cosa schifosa, appestata! Voi dovete far sparire dalla luce del sole che offuscano quei cappelloni multiformi simboli per l’Italia delle miserie, delle vergogne di 18 secoli”. Il clero era considerato il morbo da cui liberarsi per purificare l’Italia e per realizzare la vera libertà predicata da Cristo.[28]

Nello stesso periodo, rivolto alla Società italiana degli Operai, invitava gli aderenti ad abbandonare la Chiesa cattolica e a non far avvicinare ai preti i propri congiunti bensì educarli alla “religione del vero”[29]. Analoghi inviti li rivolse ai sacerdoti italiani perchè diffondessero la religione della verità e non quella della superstizione, facessero rivivere il cristianesimo delle origini basato sull’uguaglianza, diventassero veri patrioti.[30]

Durante il viaggio in Sicilia per preparare l’invasione dello Stato pontificio Garibaldi tornò spesso sulla differenza tra i preti buoni e quelli cattivi lanciando appelli al clero per ottenere il consenso popolare alla spedizione  per liberare Roma. Dal balcone del palazzo municipale a Palermo il 30 giugno 1862 Garibaldi invitava a distinguere i preti veri da quelli falsi confrontando i frati della Gancia e quelli di Palermo che combatterono sulle barricate nel 1860 e quelli di Roma, i primi definiti ministri di Dio, i secondi  “ministri del demonio”.[31]  E poi nel discorso pronunciato dal balcone della Casa del Popolo di Cefalù la mattina del 5 luglio 1862 si chiedeva  come riconoscerli: i buoni erano amici del popolo, facevano elemosina e erano poveri,  i cattivi erano nemici del popolo, parlavano del papa-re, erano ricchi e  non facevano elemosina.[32] 

Tra Aspromonte e Mentana si accentuarono le invettive di Garibaldi contro il clero e il papa per raggiungere i punti più alti alla fine del decennio in concomitanza con la disgregazione del potere temporale della Chiesa e della controffensiva clericale avviata dal Sillabo di Pio IX,  e segnata dalla nascita dell’Azione cattolica e dal Concilio Vaticano I. 

In quegli anni un ruolo determinante nella progressione dell’anticlericalismo garibaldino verso un anticattolicesimo esasperato, lo ebbe la massoneria che contribuì alla diffusione di questi sentimenti  e accentuò le spinte verso punte di irreligiosità nel crescente clima positivistico che investì la penisola cantato da Carducci nell’Inno a Satana.

Nella massoneria, dalla vocazione cosmopolita, Garibaldi intravvide lo strumento non solo per  compiere il programma nazionale ma per realizzare la fratellanza universale degli uomini, liberi da qualunque dogmatismo e  professanti una religione personale fondata sulla tolleranza e quindi senza catechismi né dottrine, cattoliche o materialiste che fossero.[33] Le logge massoniche rappresentavano dunque per Garibaldi i veicoli per  laicizzare la società italiana e per realizzare una cultura popolare fondata su una religiosità civile alternativa a quella dogmatica della Chiesa. Negli anni in questione però la massoneria ebbe vita contrastata per la frammentazione in centri contrapposti che ne indebolì la capacità di influenza nonostante il temporaneo conferimento a Garibaldi della gran maestranza del Grande Oriente d’Italia di Firenze e del Supremo consiglio scozzesista di Palermo.

Pietro Scoppola sostiene che solo negli anni immediatamente anteriori al 1870 la massoneria svolse un ruolo propulsivo nella crescita dell’anticlericalismo e precisò l’orientamento in senso anticattolico.[34] Di contro, esperienze come quella della massoneria fiorentina dimostrano che l’azione di alcune logge spinse numerosi esponenti verso approdi irreligiosi e atei già a metà degli anni Sessanta. Il giornale  anticlericale “Il Temporale” (poi denominato in termini maggiormente espressivi “Giù il temporale”) promosso dalla loggia fiorentina “Concordia” tra il 1864 e il 1866 ebbe larga diffusione in loggia e nel cosiddetto “mondo profano” e divenne  lo strumento per la diffusione di sentimenti anticattolici orientati verso una nuova religione del progresso,  della libertà e della scienza.[35] Garibaldi, cui nulla sfuggiva, indirizzò ai redattori del giornale fiorentino una lettera, riprodotta nella testata, inneggiante alla lotta al clericalismo, definito “crittogama sacerdotale” da estirpare per il bene dell’Italia e del mondo.[36]

Su quel giornale compare una lettera indirizzata il 6 dicembre 1864 al maestro evangelico di Pisa Angelo Michelinis, dal contenuto interessante perché Garibaldi rendeva chiari i propri intendimenti sulla religione del vero ed anticipava concetti  ripresi e sviluppati più tardi.  Egli metteva in guardia l’amico pisano affermando che non poteva né intendeva essere un teologo: “Quando vi parlo di Dio non crediate ch’io voglia insegnarlo. Io non millanto tanta impudenza”.  E poi cercava non tanto di definire, quanto di delineare i contorni della “religione del vero” alla quale invitava l’amico maestro ad educare i suoi giovani. Vi si nota un chiaro riferimento al massonico Grande Architetto dell’Universo quando affermava: “Gettando l’occhio nello spazio e l’immaginazione nell’infinito io vi scorgo le opere dell’Onnipotente e l’armonia matematica con cui esse vi sono disposte e vi si muovono mi accennano l’esistenza del Reggitore. Con questa fede, non potendo circoscrivere l’essere mio in un’esistenza materiale che mi repugna e per appagare l’innato istinto dell’immortalità dell’anima amo spaziarmi nell’idea nobilitante e benefica: che l’infinitamente piccolo spirito mio possa esser parte dello Spirito infinitamente immenso che presiede all’universo”.[37] 

L’anticlericalismo politico di Garibaldi riemerge nelle decine di appelli e nei proclami che precedono l’ultimo sfortunato tentativo  di liberare Roma bloccato dagli chassepot francesi a Mentana. Il clero è definito antipatriottico, contrario alla causa nazionale, sostenitore del brigantaggio nel Meridione, filoaustriaco, oscurantista ed accusato di favorire, con la complicità dei francesi, la miseria e l’ignoranza del popolo e in particolare dei contadini.[38]

Particolarmente violento l’attacco anticlericale dopo la condanna a morte di Monti e Tognetti: il papa  è definito “quel vecchio putrido, sacerdote della menzogna e del diritto, che siede in Roma” ed i preti “nere vipere dell’inquisizione, uscite dalla cloaca papale”.[39]

Nello stesso tempo gli effetti del nuovo clima culturale impregnato di razionalismo e positivismo si avvertono in altri appelli di Garibaldi prima e dopo Mentana.

Intervenuto a Ginevra al Congresso della Pace, il 9 settembre 1867 egli illustrò il suo programma comprendente una serie di risoluzioni tra le quali la decadenza del  papato, l’adozione da parte del Congresso della “religione di Dio” intendendo la religione della verità e della ragione, senza preti. Ovvero quella  ancor vaga  “religione del vero” più volte declamata,  utile a “guarire la gran piaga della miseria”.  Ed infine l’invocazione a sostituire alla religione rivelata il  “sacerdozio della scienza e della intelligenza.”[40]

Scrivendo il 12 ottobre 1869 alla rappresentanza delle associazioni operaie di Genova, Garibaldi invitava il popolo a  disertare le chiese con una riflessione sulla necessità di avere una credenza in Dio, riconosciuta come naturale. Ma come praticarla?  E qui di nuovo affrontò il concetto della religione del vero nel tentativo di individuare un contenuto sostenibile e meno indefinito: “In luogo di recarvi nella bottega di corruzione, ove puzza di prete, gettate gli occhi nello spazio, nell’infinito seminato di mondi. E non vi sembra quell’infinito tempio più degno dell’Onnipotente cogli astri per eterni luminari? Il moto e l’armonia dei mondi mi annunziano un Regolatore. Chiamatelo pure Dio Eterno, Onnipotente, noi non possiamo disconoscere che nello spazio infinito ruotano mondi infiniti, col magistero dell’infinito Regolatore anima dell’universo. Io quindi sono della religione di Dio, cioè della religione del vero, non contaminato del prete”.[41]  

Garibaldi dopo la presa di Roma e la fine del potere temporale orientò i suoi appelli contro tutti i dogmatismi, compreso quello mazziniano e quello marxista, e per l’affermazione  attraverso una diffusa opera educativa di una religiosità laica a sostegno della Terza Italia. Uscì nei primi anni ’70 il romanzo ferocemente anticlericale “Clelia, ovvero il governo dei preti”, seguito da “Cantoni, il volontario”, diretti al popolo dei volontari che con lui avevano combattuto per l’Italia per fare azione di educazione laica. Le reazioni clericali attraverso “Civiltà Cattolica” furono altrettanto violente.

Gli obiettivi di quegli anni diventarono l’introduzione del divorzio, l’istruzione obbligatoria, la cremazione dei cadaveri, l’emancipazione femminile, l’abolizione della pena di morte, la questione sociale, propri delle correnti di pensiero e politiche democratiche che andavano dai positivisti agli atei, dai liberi pensatori ai socialisti, dai protestanti alle società teosofiche, dai repubblicani ai radicali.[42] Erano le grandi riforme di cui aveva bisogno l’Italia unita, affinché si realizzasse una società migliore, emancipata, laica e diversa da quella a lui coeva. Esse dovevano avviarsi con l’aggregazione in una sola di tutte le società esistenti tese al miglioramento morale e materiale del popolo: “perché non stringeremo in un fascio Massoneria, Società operaie, Società democratiche, Razionaliste, Mutuo Soccorso, ecc. che tutte hanno la stessa tendenza al bene?”.[43] E poi con la formazione e l’educazione sottratte agli enti ecclesiastici.

Sulla necessità dell’istruzione laica e pubblica Garibaldi sostenne, nel noto “Appello alla Democrazia” del 1° agosto 1872, che occorreva diffondere l’istruzione obbligatoria gratuitamente assicurata dallo Stato,  senza la quale la scuola avrebbe continuato ad essere dominata dalla setta clericale che  “pervertirebbe invece di educare”.[44]

Un altro tema ricorrente in quegli anni negli “Scritti” fu la fratellanza tra gli uomini e i popoli anche di fedi religiose diverse, ereditata dalla tradizione garibaldina e perpetuata, attraverso l’opera dei sodalizi democratici, fino ai giorni nostri.[45]  Nel discorso tenuto a Frascati il 14 giugno 1875 Garibaldi esaltò Cristo quale maestro di fratellanza umana e mise in contrapposizione la sua figura con quella dei preti: Cristo figlio non tanto di Dio quanto dell’uomo e predicatore di fratellanza  mentre i preti avrebbero fatto delle nazioni tante belve in guerra tra loro.

Anche i grandi lavori pubblici, la sistemazione del corso del Tevere per preservare Roma dalle inondazioni, di cui Garibaldi molto si occupò a partire dal 1875, davano lo spunto per accessi di anticlericalismo, allorché scrivendo al Direttore della “Capitale” il 14 novembre 1876 egli auspicava di vedere i preti “con una vanga in spalla marciare alla coltivazione dei campi od al lavoro del Tevere e dell’Agro romano”.[46]

Ed infine, durante l’ultimo viaggio a Palermo compiuto in barella poco prima della morte, Garibaldi, che nel proprio testamento politico aveva dichiarato di rifiutare l’ultimo conforto religioso, rivolse al popolo queste parole dai forti accenti anticlericali ma non irreligiose: “Forma quindi nel tuo seno dove palpitano tanti cuori generosi, un’associazione che abbia il titolo di Emancipatrice dell’intelligenza umana la cui missione sia quella di combattere l’ignoranza, e svegliare il libero pensiero. Occorre andare, per ciò, tra le plebi della città e delle campagne per sostituirvi alla menzogna la religione del vero”.[47] 

Un cenno a parte merita il rapporto di Garibaldi col libero pensiero, il movimento della seconda metà dell’Ottocento che secondo Giorgio Spini, insieme all’anticlericalismo, fu tra i fatti più clamorosi della vita italiana dal Risorgimento in poi.[48]

Guido Verucci ha studiato a fondo questo movimento che si propose tra la metà degli anni Sessanta e fine secolo di condurre una lotta aperta contro l’influenza della religione sulla società e sullo stato ritenuta oppressiva della libertà di pensiero, di sostituire la scienza alla religione, la ragione alla rivelazione. Esso favorì la nascita di forme organizzate di rifiuto del cristianesimo e della religione ed insieme alla massoneria contribuì a diffondere, attraverso riviste, circoli, leghe, associazioni legati dalla comune matrice razionalista, l’anticlericalismo nei suoi aspetti più radicali ed a  creare un clima antireligioso talvolta sfociato nell’ateismo.[49]

La prima Società del libero pensiero si costituì a Siena nel 1864 con la denominazione  di “Società democratica dei liberi pensatori” e Mazzini si scagliò subito contro di essa perché diffondendo l’ateismo, a suo avviso scalzava ogni fede, ogni religione.[50]  Garibaldi accettò invece la presidenza onoraria della società , che considerava con favore perché a suo giudizio strumento utile, alla stregua delle società atee, per introdurre nel mondo democratico italiano il socialismo o comunque gli appariva una leva per spianare il terreno alla diffusione delle idee socialiste ed all’affermazione delle riforme laiche.

Nel ‘65 fu presa a Napoli l’iniziativa di fondare una società di liberi pensatori dai democratici Giorgio Imbriani, Pier Vincenzo De Luca e Nicola Buano.[51] Sempre in quell’anno si era costituita a Milano la più importante di queste società  nell’ambito della quale nacque nel gennaio 1866 l’omonima rivista “Il Libero Pensiero” diretta da Luigi Stefanoni, razionalista, autore di romanzi anticlericali, mazziniano, volontario garibaldino nel 1859. [52] Vi collaborarono Mauro Macchi, Giuseppe Ferrari, Filippo De Boni, Giuseppe Ricciardi, Antonio Martinati, Luigi Castellazzo, diversi dei quali massoni, a prova dell’intreccio tra massoneria e libero pensiero nel nostro Paese. [53] Scorrendo le pagine del giornale dei razionalisti nell’arco del decennio 1866-76 si ha contezza delle relazioni con Garibaldi di cui vennero pubblicate lettere e appelli. La prima di queste, indirizzate alle donne e alla gioventù italiana da Monsummano il 7 luglio 1867, sosteneva la necessità dell’emancipazione femminile, contrastata dal clero cattolico, della diffusione delle scuole e  della cremazione.[54]

Promotori dell’Anticoncilio del 1869 i liberi pensatori plaudirono alla lettera inviata da Garibaldi a Giuseppe Ricciardi,  pubblicata  per intero nella rivista dei liberi pensatori, che invitava le società di cui era  socio o presidente onorario a recarsi a Napoli l’8 dicembre . E’ la lettera dai toni eccessivi e oltre misura,  in cui Pio IX venne definito “metro cubo di letame”, la stessa contenente l’invito ad infrangere l’ampolla di S. Gennaro ed a fare a pezzi i confessionali per bollire i maccheroni della povera gente.[55]

Il rifiuto della pena di morte ed i sentimenti pacifisti di Garibaldi sono espressi nella lettera scritta da Autun il 16 novembre [1870]  per sostenere le ragioni dell’intervento nella guerra franco-prussiana. Affermava Garibaldi: “Amico della pace e della fratellanza umana, mi trovo a fare la guerra che è l’antitesi dei miei principii. Amico della pace, certamente; ma nemico dei ladri e considero come tali l’Austria, il Bonaparte, e più che ladro il papa”.[56]

Alla “Rivista Scolastica” nel marzo 1871 il Generale indirizzava l’invito ad istruire i giovani, diffidandoli dai preti, definiti come la “gramigna, se non si sradica fino all’ultimo pelo, essa si propaga subito ed invade, infetta la pianta umana che commise il delitto di non spegnerla”.[57]

Nel rispondere a Quirico Filopanti  che si definiva panteista e repubblicano con Mazzini,  socialista e pronto a combattere lo straniero con Garibaldi, questi affrontò il tema del deismo e del materialismo con una curiosa soluzione: la media tra i due termini conduce al “vero” la cui definizione è “l’infinito” (il tempo, lo spazio, i mondi o la materia sono infiniti e quindi è vero). L’intelligenza infinita, invece, è un concetto incerto cui si può credere, per cui il “credo” è “lo studio del vero o studio dell’infinito”.[58] Nel commentare la lettera, Luigi Stefanoni non si dichiarava d’accordo con Garibaldi sostenendo che se la materia è infinita non è possibile che vi sia un’altra intelligenza infinita al di fuori della materia. Nel contempo Stefanoni si definiva materialista e preoccupato che la scomunica di Mazzini  avrebbe causato la frattura nel partito della democrazia.[59] Sul rapporto con Mazzini il giornale dei liberi pensatori stava dalla parte di Garibaldi “non avendo professato altro culto fuori quello della scienza, della giustizia e della libertà”.[60]

In una lunga lettera a Giuseppe Petroni, direttore della mazziniana “Roma del Popolo”, pubblicata nel novembre 1871, Garibaldi faceva la storia dei rapporti con Mazzini, difendeva la Comune parigina e diceva la sua sull’Internazionale e sulla monarchia. Sul clero ribadiva  il solito slogan “assassina, ruba, inganna e corrompe”.[61] Qualche mese più tardi, in risposta alle sollecitazioni di Stefanoni, Garibaldi esprimeva l’assenso alla costituzione di una società di razionalisti denominata “La Ragione” con una lettera del 5 gennaio 1872 mentre è di pochi giorni dopo un’altra lettera che auspicava la formazione del Fascio Operaio Italiano formato da massoneria, razionalisti, fratellanze artigiane, società operaie.[62]

In pieno dissidio con Mazzini, nel febbraio 1872, due lettere pubblicate nel giornale dei razionalisti sottolineavano l’avversione di Garibaldi verso i dottrinari, sia mazziniani che internazionalisti.[63] Con Mazzini “io continuo nell’opinione esser impossibile una conciliazione” scriveva Garibaldi pochi giorni prima della scomparsa del Genovese.[64]

Sul tema dell’emancipazione della donna il “Libero Pensiero” riportava stralci di una lettera ad una signora veneziana nella quale Garibaldi invitava le donne italiane a dedicarsi all’istruzione dei giovani.  La lettera concludeva apprezzando la politica ecclesiastica del governo: “L’Italia si lancia coraggiosa nelle regioni del vero, che dovrà finalmente rovesciare nella polvere l’ammasso informe ed umiliante per la famiglia umana, di tutte le superstizioni”.[65]

Con l’’ultima lettera pubblicata, nel febbraio 1876, inviata ad Achille Bizzoni, direttore del “Popolo” di Genova, Garibaldi offriva alle ceneri di Giovan Battista Cuneo, amico durante l’avventura sudamericana e suo biografo, l’estrema ospitalità a Caprera: concreta prova a sostegno della cremazione.[66] 

Così come l’anticlericalismo di Garibaldi ebbe origini politiche, anche l’ateismo cui egli fece riferimento negli ultimi anni di vita aveva valenza politico-culturale, non teologica, ravvisando nel clero il perdurante pericolo di egemonia sulla vita pubblica e sulla società civile.  Al barone Swift, promotore della Società Atea di Venezia di cui Garibaldi aveva accettato la presidenza, il Generale scriveva il 28 marzo 1880: “Vorrei che gli italiani capissero che il nostro Ateismo è sinonimo di libertà, ragione e scienza e che la meta sua è quella di distruggere la più scellerata di tutte le piaghe umane, il pretismo”. [67] Come sostiene Franco Molinari, l’accettazione di quella presidenza non significò affatto dichiarazione di ateismo da parte di Garibaldi che fu sempre ligio alla concezione teista e spritualista propria dei landmark della Libera Muratoria alla quale rimase legato sino alla fine.[68] 

Quando Garibaldì morì l’Italia era nel pieno dell’età umbertina che registrò le punte più aspre sia dell’opposizione cattolica che dell’intransigenza anticlericale professata dalla dirigenza politica liberale. In quell’anno 1882 Benedetto Cairoli, ex presidente del Consiglio, chiedeva che il catechismo fosse dichiarato libro proibito e Ricciotti Garibaldi salutava Ernesto Renan col grido di “abbasso il cattolicesimo, infezioso putridume di cadavere disfatto”. Alla commemorazione di Arnaldo da Brescia uomini di governo come Zanardelli e Mancini inneggiarono alla protesta contro la tirannide clericale. Anche i funerali di Garibaldi assunsero valore di grande rito laico. Nell’occasione  a Genova fu issata, in segno di sfida, la bandiera nera di Satana.

La parabola dell’anticlericalismo che Spadolini definì “di stato”, iniziata con l’assalto alla salma di Pio IX nel 1881, raggiungerà il punto più alto otto anni più tardi, il 9 giugno 1889  in Campo de’ Fiori a Roma nel corso della manifestazione di piazza per l’inaugurazione del monumento a Giordano Bruno, simbolo universale dell’anticlericalismo.[69]

Vi convenne lo stato maggiore dell’Italia laica, dalla massoneria alle università, parteciparono popolani e uomini di cultura, circoli,  società operaie e di mutuo soccorso, associazioni di reduci,  le forze della democrazia avanzata  che Garibaldi – anche sotto la bandiera di un esasperato, convinto anticlericalismo - aveva chiamato a raccolta  e spronato all’azione per fare l’Italia. 


 

[1]Sulla valenza delle definizioni “laicismo” e “anticlericalismo” si veda Mimmo FRANZINELLI, Laicismo e anticlericalismo in Italia dall’epoca giolittiana alla seconda guerra mondiale: profilo biblio-storiografico,  in “Stato, Chiesa e Società in Italia, Francia, Belgio e Spagna nei secoli XIX – XX, a cura di Aldo A. Mola, Foggia, Bastogi, 1993

 [2]Sergio GORETTI, Laici e anticlericali in Italia dal Risorgimento alla Repubblica, in “Garibaldi”, Montevideo, a. 20, 2005

 [3]Giovanni  SPADOLINI, Coscienza laica e coscienza cattolica. Le due Rome fra ‘800 e ‘900, Firenze, Ediz. Cassa di Risparmio, 1987, pp.3-9

 [4] “Almanacco popolare del Libero Pensiero” per Stafanoni Luigi, anno V, 1873 (Fondo Chambion, Sesto Fiorentino, CH 307)  

[5] Aldo A. MOLA, Garibaldi vivo. Antologia critica degli scritti con documenti inediti, Milano, Mazzotta Editore, 1982, p. 22 e 280-4 

[6] Secondo Giovanni Bovio gli atteggiamenti di Garibaldi sulla religione erano contraddizioni apparenti perché “investivano i mezzi senza toccare il fine”

 [7] Cfr. Franco MOLINARI, La religiosità di Garibaldi in “Garibaldi generale della libertà”, Atti del convegno . internazionale, Ministero della Difesa, Roma, 1984 pp. 581-597. Cfr. altresì  Letterio BRIGUGLIO, La religiosità di Garibaldi in “Mondoperaio” n. 11 del 1989, Giovanni ZANNINI, La religiosità di Garibald in “Camicia Rossa”, n. 4 del 2005, pp. 9-10

[8]Stefania MAGLIANI,  Un Garibaldi venuto dal cielo, in “Garibaldi”, Montevideo, a. 21, 2006, pp57-68

 [9] ivi, p. 595 

[10] Cfr.  Aldo A. MOLA, Garibaldi vivo, p. 285 

[11] Edizione Nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi. Scritti e discorsi politici e militari, vol. I 1838-1861, p. 118 (d’ora in poi EN)

 [12] EN,I,  p. 206-7 

[13] Arduino FRANCESCUCCI-Vincenzo AMORE, Garibaldi. verità nascoste alla storia, Cantù, 2006

 [14] EN,I, p. 237 

[15] EN,I, p. 240 

[16] Angelo SINDONI, La Chiesa di Sicilia e Garibaldi in “Chiesa di Sicilia e Risorgimento tra resistenze e partecipazione”, Convegno 16 dicembre 2005, “Studi Garibaldini” n. 6, 2006, pp. 85-94

 [17]  Francesco Michele STABILE, Il clero palermitano e la Dittatura Garibaldina, in “Chiesa di Sicilia...” op. cit. pp. 95-119 

[18] EN,I,  p. 250- Sui rapporti col clero cfr. Giovanni ZANNINI, Preti garibaldini in “Camicia Rossa”, n. 2 del 2005, pp. 12-13 nel quale sono trattale in particolare le figure di mons. Giuseppe Fagnano  e di don Angelo Arboit  

[19] EN, I, p. 259. Si veda anche il proclama al popolo di Napoli datato Salerno 7 settembre 1860 col quale Garibaldi rivolge un forte apprezzamento nei confronti del clero siciliano e napoletano che si sono dimostrati  veri cristiani sfilando alla testa dei soldati nelle varie battaglie dimostrando patriottismo  e slancio generoso (EN, I, p.296)

 [20] A. Sindoni, op. cit., p. 93. Su padre Gavazzi cfr. Giovanni IURATO, Alessandro Gavazzi valoroso garibaldino e grande testimone del Vangelo in “Camicia Rossa”, ottobre 1979, p. 6

 [21] F. M. Stabile, op.cit, p. 118 

[22] EN,I, p.319-20 – Cfr. Aldo A. Mola, Garibaldi vivo, p. 285

 [23] EN, I, p. 333 

[24] Guido VERUCCI, L’Italia laica prima e dopo l’Unità 1848-1876, Laterza, 1996, p. XI

 [25] Aldo A. Mola, Garibaldi vivo, p. 281

 [26] EN, I, p. 392-3 

[27] EN, I, p. 396-7

 [28]EN, I, p. 409-410 

[29] EN, I, p. 411-12 

[30] EN, I, p. 416; II (1862-67), pp. 24, 28, 45 

[31] EN, II, p. 100  

[32] EN, II, p. 110 

[33]Cfr. Santi FEDELE, La tradizione garibaldina nella massoneria italiana in “I Garibaldi dopo Garibaldi. La tradizione famigliare e l’eredità politica” a cura di Z. Ciuffoletti, A. Colombo, A.Garibaldi Jallet, Lacaita, 2005, pp. 207-214. Su Garibaldi e la massoneria oltre al già citato Garibaldi vivo di A. A. Mola cfr. sempre dello stesso autore Storia della Massoneria italiana dalle origini ai nostri giorni, Milano, Bompiani, 1992, ad indicem,  Garibaldi e la massoneria in “Garibaldi cento anni dopo”, Le Monnier, 1983, Fratel Garibaldi, in “Hiram” n. 2-3 del 1982 ed inoltre Aldo A. MOLA – Luigi POLO FRIZ, I primi vent’anni di Giuseppe Garibaldi in massoneria (1844-1864)  in “Nuova Antologia”, 1982, Fulvio CONTI,  Garibaldi e la massoneria, in Hiram n. 2 del 2002, Sergio GORETTI, Giuseppe Garibaldi libero muratore in “Camicia Rossa” n. 2 del 1987, pp. 14-15

 [34] Cfr. Pietro SCOPPOLA, Laicismo e anticlericalismo in “Chiesa e religiosità in Italia dopo l’Unità (1861-1878), Università Cattolica, Milano, 1973 

[35] Cfr. Sergio GORETTI, Anticlericalismo massonico e giornalismo. La singolare esperienza del giornale fiorentino Il Temporale  in “Stato, Chiesa e Società in Italia, Francia, Belgio e Spagna nei secoli XIX –XX”, op. cit. e Logge e massoni nella Firenze postunitaria (1861-66), in “Rassegna storica toscana” n. 1, 1995, pp. 65-83

[36] S. Goretti, Laici e anticlericali, op. cit.

 [37] Caprera, 6 dicembre 1864 in “Il Temporale” del 13 gennaio 1865 

[38] EN, II, p. 208,  336,  368, 369, 372, 396, 402, 408, 412, 416,419-20, 451

 [39] EN, III (1868-1882), p. 16-17. Si vedano anche p.4-5, 5-6, 10 nonchè gli appelli lanciati da Caprera il 24.12.68, il 28.12.68, il  5.4. 69 e il 27.6.69 

[40] EN. II, p. 411;  III, p.153-4 

[41] EN, III, p. 29-30 

[42] Aldo A. Mola, Garibaldi vivo, cit., p. 282 

[43] EN, III, p. 94 

[44] EN,III, p. 99-102. L’appello fu pubblicato in prima pagina su Il Libero Pensiero, a. VII, 22 agosto 1872, n. 8

[45]Cfr. Sergio GORETTI, Il volontariato garibaldino nei Balcani dal Risorgimento all’epopea della Divisione italiana partigiana “Garibaldi”, in “Camicia Rossa”, n. 3, 1999, pp. 16-18 e Il volontariato garibaldino tra Otto e Novecento, in “Garibaldi”, Montevideo, a. 15, 2000, pp. 96-103

 [46] EN, III, p. 199, 247-252 

[47] EN, III, p. 322 

[48] G. Verucci, op.cit, p. XVII 

[49]G. Verucci, ivi, pp. 179-181 ed inoltre dello stesso autore cfr. Anticlericalismo, libero pensiero e ateismo nel movimento operaio e socialista italiano (1861-1878) in “Chiesa e religiosità in Italia dopo l’Unità”, cit. pp. 177-224

 [50] G. Verucci, ivi, p. 181 

[51] G. Verucci, ivi, p. 182 

[52] G. Verucci, ivi, p. 183. Sul “Libero Pensiero” cfr. Alessandra IPPOLITI, La rivista “Il Libero Pensiero” negli anni intorno al ’70 in “Chiesa e religiosità in Italia dopo l’Unità”, op. cit., pp. 351-59

 [53]Aldo A. MOLA, Un imbroglio del diavolo. Il congresso di Roma del Libero Pensiero in Pedro Alvarez Lazaro, “Libero Pensiero e Massoneria”, Gangemi, 1991 

[54] “Alle donne, gioventù studiosa e stampa indipendente d’Italia”, Il Libero Pensiero, a. II, 18.7.1867 n. 29 p. 460-461. Sulle relazioni tra libero pensiero e questione femminile cfr. Fabio BERTINI, Il libero pensiero e i diritti sociali delle donne negli anni Settanta dell’Ottocento: Maria Alimonda Serafini, in “Partiti e movimenti politici fra Otto e Novecento”, a cura di S. Rogari, tomo primo, Firenze, Centro Editoriale Toscano,  2004, pp. 449-467 

[55] “Garibaldi e l’Anticoncilio”, Caprera 2 ottobre 1869, Il Libero Pensiero, a. IV, 28 ottobre 1869, n. 18, pp 276-78 

[56] “Lettera di Garibaldi al sig. Enrico Guesnet d’Ingelmünster”, Il Libero Pensiero, a. V, 8.12.1870, n. 23

 [57] “Lettera di Garibaldi alla Rivista Scolastica”, Caprera 12 marzo 1871, Il Libero Pensiero, a. VI, 27.4.1871, n. 17 

[58] Caprera 26 settembre 1871, Il Libero Pensiero, a. VI, 12 ottobre 1871, n. 15

 [59] “Materialismo e panteismo” di Luigi Stefanoni, Il Libero Pensiero, ivi

 [60] “Garibaldi e Mazzini”, Il Libero Pensiero, a. VI, 16.11.1871 n. 20

 [61] “Lettere di Garibaldi”, Il Libero Pensiero, a. VI, 9.11.1871, n. 19

 [62] “La Ragione”, Il Libero Pensiero, a. VII, 1.2.1872 n. 5 

[63] “Dichiarazione di Garibaldi”, Garibaldi a Stefanoni, Il Libero Pensiero, a. VII, 29.2.1872, n. 9 e “Garibaldi e Mazzini”, Garibaldi a Celso Ceretti, Il Libero Pensiero, a. VII, 14.3.72, n. 11

 [64] “Congresso democratico”, Garibaldi a Ceretti, Il Libero Pensiero, a. VII, 14.3.72 n. 11, p. 76 

[65] “Garibaldi e la donna”, Il Libero Pensiero, a. VII, 14.3.1872, n. 11, p. 76

 [66] “Una lettera di Garibaldi”, Garibaldi a Bizzoni, Il Libero Pensiero, a. XI, 1.3.1876, n. 3 

[67] Aldo A. Mola, Un imbroglio del diavolo, cit, p. 9

[68]F. Molinari, op.cit., p. 595  

[69]G. Spadolini, Coscienza laica e coscienza cattolica. Le due Rome fra ‘800 e ‘900, Firenze, op. cit.  pp. 194-202. Cfr. inoltre dello stesso autore L’opposizione laica nell’Italia moderna (1861-1922). Radicali e repubblicani nell’adolescenza della nazione, Firenze, Ediz. Cassa di Risparmio, 1988